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La centralita’ sociale della famiglia:possibili visioni in prospettiva

Febbraio 26th, 2007
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AFFADIS
Associazione per l’Assistenza Alle Famiglie ed ai figli dei separati dei divorziati e di Unioni di fatto.
REGIONE TOSCANA, AUDITORIUM
FIRENZE, VIA CAVOUR 4
SABATO 24 FEBBRAIO 2007
“La violenza domestica, intesa in senso lato, e la rilevanza nella istruttoria della separazione”
Intervento della Dr.ssa Lucia Astore, Neuropsichiatra, medico legale,Presidente Associazione Mobbing D.I.C.


Il concetto di violenza domestica trova gioco favorevole nella necessità dell’individuazione della tipologia specifica, essendo la separazione un processo di cambiamento che riguarda non solo la coppia e i figli nei loro ruoli specifici, ma anche l’ambiente nelle sue interrelazioni familiari.
In passato molto spesso chi subiva violenza anche solo morale (pressioni psicologiche, minacce) non sempre aveva ordini di protezione, quale l’allontanamento dalla casa familiare di un convivente, senza che fosse instaurato un procedimento penale o un giudizio di separazione giudiziaria.
Il timore di una ritorsione per una denuncia penale, impedivano di ricorrere alle autorità giudiziarie.
Oggi, la Legge titolata: “Misura contro la violenza nelle relazioni familiari.” accanto agli ordini di protezione in maniera penale prevede molte misure civili, a dimostrazione che, all’aspetto repressivo si sostituisce quello collaborativo nel rispetto del concetto della genitorialità.
Ciò vuol dire, che non è necessario essere vittima di un reato per ricorrere al Giudice, ma è sufficiente “una dimostrabile situazione di disagio”.

Appare chiaro l’aspetto preventivo nel contenuto della Legge. L’affidamento condiviso così rispetta e ristabilisce il concetto dell’eguaglianza dei coniugi nella loro realtà di genitori.
Il Tribunale però mette dei paletti ben precisi a questo aspetto, identificando l’azione solo nella situazione di reale difficoltà.
Quindi è necessario concretizzare “le prove, i termini clinici medico - legali e psicologici di questa condizione, e in particolare l’ascolto dei minori, quest’ ultimo con tutte le cautele del caso.
I problemi relazionali includono modalità di interazione tra i membri di una famiglia o di una unità relazionale simili che si associano ad una compromissione clinicamente significativa del funzionamento: l’oggetto della attenzione clinica è un grave maltrattamento da parte dell’altro partner tramite maltrattamenti fisici, abusi sessuali, abbandono di un minore.
Nella legge 154 la definizione di violenza familiare ( fisica e/ o morale) comporta la necessità di un intervento in tutte quelle situazioni di grave pregiudizio fisico o morale quando una parte subisce, dalla condotta di un componente qualsiasi del suo nucleo familiare, un danno alla propria salute psichica ed alla propria libertà.
La violenza in ambito familiare rappresenta un grave problema sanitario: si va dall’abuso sui bambini ( sia fisico che psichico) alla violenza in ambito domestico ( abuso fisico o psichico sul coniuge o sul partner), oltre al danno fisico, i bambini vittime o testimoni di violenza manifestano spesso un anomalo sviluppo fisico, sociale ed emotivo, modificando in senso teratogeno il comportamento.

Sono anche violenze comuni :
· il comportamento verbale reiterato di un partner coniuge nel denigrare gli aspetti personologici dell’altro, deridendolo in pubblico, umiliandolo, parlandone male, affiancandosi al figlio in questo processo denigratorio, senza valutare le conseguenze negative sul minore. Consiste in un atteggiamento difforme da quello ordinario, proprio della persona, che genera nell’altro una condizione di disagio fisico e psichico incidendo gravemente sulla vita del partner;
· la negazione di ruoli e modalità di accordi ben precisi, compromettendo le cosiddette “regole affettive”;
· la persecuzioni, la aggressività come reiterazione della idea fissa finalizzata, per la violenza che la caratterizza, a ledere il rapporto partner sano / figlio.
· la impossibilità di uno dei due partner (o del minore) di comunicare adeguatamente: tramite l’imposizione all’altro del silenzio, interrompendolo quando esprime una propria opinione, non accedendo ad alcuna sua richiesta di ascolto o di domanda;
· l’impedimento dell’altro partner nelle relazioni sociali, tramite meccanismi di isolamento, deprivandolo di ogni forma di comunicazione, ignorandolo nel suo agire, accentuando così il conflitto familiare e relazionale;
· la dequalificazione sul lavoro nel momento in cui l’attività lavorativa sia comune o presso terzi.

Quanto sopra, definito dalla Corte di Cassazione come: “aggressione alla sfera psichica altrui”, e che bene emerge già dall’inizio degli “arbitrati”.
L’accertamento dello stato di violenza presenta però due rilevanti problemi da risolvere sia sul versante clinico sia sul piano più strettamente giuridico:
· uno è costituito dalla rilevanza del dolore connesso al disagio;
· l’altro, dall’eterna questione del nesso causale.
La violenza deve quindi assumere l’entità di una lesione psicologica, cioè comportare l’ingiusta turbativa dell’equilibrio psicologico che sia causa di una modificazione peggiorativa della convivenza delle persone che la subiscono, con alterazione, temporanea o permanente, totale o parziale, delle sue funzioni psicologiche, per fatto illecito. Non dimentichiamoci che la sofferenza è danno morale, mentre la menomazione delle funzioni psicologiche che impedisce di vivere la vita nella sua intensità, nella estensione e di svolgere il ruolo genitoriale è danno biologico.

Dr.ssa
Lucia Astore