Psicologia dell’Arte

Luciana d’Onofrio nelle sue opere cerca di sondare la psiche umana e – attraverso linguaggi visivi inediti – riesce a schiudere i regni della immaginazione e del sogno facendo risuonare la voce degli stati d’animo.

Tramite le sue opere d’arte riesce a creare vibrazioni emotive mettendo in gioco la sensibilità stessa dell’osservatore, conducendo così in un suo viaggio, negli affascinanti territori dell’anima.

Nelle sue opere la ricerca di un alfabeto delle emozioni si affianca ad una interessante sperimentazione di procedimenti tecnici sfociando in un percorso che si addentra in un itinerario tematico tra luci e ombre, attraverso lo stato d’animo a cui la D’Onofrio ha dato la forma visiva.

Il percorso di Luciana si identifica nella Psicologia dell’Arte, disciplina che si occupa di indagare e spiegare i processi dei soggetti coinvolti nelle esperienze di produzione e di funzione di una opera d’arte.

Luciana è così capace di trasformare i materiali grezzi dell’inconscio nel capolavoro artistico: come una sorta di profeta, ne possiede la capacità ed il “linguaggio”.

Il nucleo centrale del suo lavoro artistico è il movimento, la trasformazione, l’energia, rappresentato attraverso la realizzazione di un universo infinito in continua espansione. L’infinito è dentro e fuori di noi. Lo spazio in realtà è quello interiore, è l’uomo alla ricerca di se stesso. Attraversando il muro per andare oltre, oltre le chiusure, oltre la freddezza, oltre gli schemi, si arriva ad un’apertura mentale che crea ricerca continua.

Violenza a Scuola

Aspetti clinici e medico-legali

Contributi dal Convegno “Violenza, no grazie. Come prevenire la violenza”

Vengono trattati brevemente aspetti

– Il bullismo orizzontale : bullismo a scuola tra alunni; il cyberbullismo o bullismo elettronico

– Il Bullismo verticale : bullismo contro gli insegnanti, professori, sottoposti ad un vero e proprio mobbing, delegittimati, impoveriti nei loro ruoli

ATTI DI BULLISMO : insulti, voci diffamatorie, razzismo, critiche immotivate, minacce, violenza privata, aggressioni, esclusioni dal gioco

Risarcimento danni per gravissimi danni alla psiche dei minori solo dopo aver dimostrato il comportamento illecito del bullo ed il danno alla vittima attraverso certificati medici, perizie e testimonianze

Il cyberbullismo o bullismo elettronico consiste in atteggiamenti e comportamenti finalizzati a offendere, spaventare, umiliare la vittima tramite i mezzi elettronici (mail, messaggeria istantanea, i blog, il telefono cellulare, i cercapersone e/o siti web). Le vittime dei bulli telematici sono gli adolescenti in età scolare, che frequentano spesso la stessa scuola dei cyber-persecutore. Il Governo Letta ha inasprito le pene per lo stalking informatico introducendo pene severe a scopo preventivo, punitivo, protezionistico con intervento anche della Polizia Postale. La Direttiva sul cyberbullismo stabilisce che sia trattato con estrema severità l’uso del telefono da parte di studenti (ma anche degli insegnanti) durante le ore di lezione con sanzioni rigide fino all’allontanamento dalla scuola responsabilizzando anche insegnanti e genitori. In questo caso la responsabilità non solo è da addebitare agli studenti ma anche alla scuola nei loro dirigenti primari (Presidi, Istituzioni, ecc).

Il Bullismo può essere paragonato al Mobbing nella sua importanza vessatoria ripetuta nel tempo posta in essere ai danni di un soggetto vittima di continue offese

REATI PENALI Sono quelli che si identificano in percosse o lesioni; danni a cose, offese, minacce, molestie.

RISARCIMENTO DANNI

  • danno morale (riguardante patimenti, sofferenze fisiche e morali, turbamenti dello stato d’animo della vittima)
  • danno biologico (riguardante la salute in sè considerata) danno alla integrità psicofisica
  • danno esistenziale : riguardante l’esistenza e la qualità della vita, la vita di relazione, la riservatezza dell’immagine, l’autodeterminazione.

“Violenza, no grazie. Come prevenire la violenza” Convegno organizzato il 22 Marzo 2019 presso IIS “G. Salvemini – E.F. Duca D’Aosta” via Giusti 27, Firenze

Il presente convegno vuole essere l’occasione per analizzare le migliori modalità di prevenzione e tutela contro le forme di violenza, che molto spesso sono attuate dai giovani sui loro coetanei.

Con l’Intervento del Sindaco di Firenze Dott. Dario Nardella

PROGRAMMA

ore 9-9.30 Registrazione dei partecipanti

ore 9.30 Inizio lavori – ore 13.00 – conclusione Coordinano : Avv. Katiuscia Masi Presidente dell’Associazione La Valigia delle Idee

APERTURA DEI LAVORI E SALUTI ISTITUZIONALI

Relatori: Dott. Antonio Sangermano, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Firenze Dott.ssa Nadia Giannattasio, Funzionario Responsabile Ufficio Minori e Fasce Vulnerabili Violenza tra pari: il bullismo

Avv. Elena Borsotti Avv. Carlo Macari Tutela legale e aspetti giurisprudenziali civili e penali

Prof. Dott. Luca Stefani, D.S. IIS “G. Salvemini – E.F. Duca D’Aosta” La violenza si combatte partendo dalle scuole: l’educazione al rispetto di uomini e donne, deve essere veicolata con programmi mirati

Dott. Simone Vinci, Ispettore del Corpo della Polizia Municipale di Firenze Dott. Marco Cialli, European Shotokan Karate-Do Associatone Fondamenti socio-educativi-culturali per la prevenzione della violenza della violenza: corsi formativi

Dott.ssa Lucia Astore, Psichiatra Forense – Medico Legale – Criminologa dell’Associazione “La Valigia delle Idee” Dott.ssa Elena Greissmaier, Psicoterapeuta dell’Associazione “La Valigia delle Idee” Amore e violenza

Dott.ssa Lisa Ciardi, Giornalista della Nazione di Firenze Influenza del messaggio mediatico e televisivo sui minori

Dibattito con gli alunni dell’Istituto Scolastico

Auto Aiuto e Famiglie Ricostituite: Importanza del Medico di Base

Patrocinio del Ordine dei Medici di Firenze , Comune di Firenze, Coordinamento Regionale Toscano Gruppi di Auto Aiuto, Mobbing DIC, Associazione Promozione Sociale “La Lanterna”

Firenze, 16 Maggio 2014 – ore 16:00 – 19:00

Presiede i lavori il Presidente dell’Associazione Dr.ssa Lucia Astore

ore 16:00 apertura lavori e saluto delle Autorità

  • Dott. Antonio Panti, Presidente Ordine dei Medici di Firenze
  • Dr. Mauro Ucci, Segretario Provinciale della FIMMG
  • Dr. Eugenio Giani, Presidente del Consiglio Comunale
  • Dr.ssa Antonella Coniglio, Assessore della Provincia di Firenze alle Politiche Sociali, Sicurezza e Politiche della legalità

ore 16:40 “Ambivalenza e mistificazione nelle relazioni spezzate” – Dr.ssa Griessmair Elena (Psicologa), Presidente Ass. Prom. Soc. “LA LANTERNA”

ore 17:00 “La gestione dei rapporti delle famiglie ricostituite: profili legali” – avv. Katiuscia Masi

ore 17:20 “Le competenze del Giudice Tutelare in ordine alla famiglia con particolare attenzione alle problematiche delle famiglie ricostituite” – Dott.ssa Silvia Castriota, Giudice del Tribunale di Firenze

ore 17:40 “Il medico di base: un prezioso punto di riferimento della famiglia” – Dr. Alessandro Bussotti, Medico di base

ore 18:00 “Cos’è l’autoaiuto?” – Romina Raspini, Coordinamento Regionale Gruppi Auto Aiuto Toscana

ore 18:20 “L’eredità: una possibile contesa. Come e perchè si sente il bisogno di un Gruppo di Auto-Aiuto” – Rebecca Specogna, Socia Ass. Prom. Soc. “LA LANTERNA” – Partecipante al gruppo “Una Nuova Stagione”

ore 18:40 Conclusione dei lavori

ore 19:00 Aperitivo

Il minore conteso nei procedimenti di separazione: effetti psicologici

Laddove la contesa tra i genitori appare insanabile, è purtroppo il bambino ad essere irrimediabilmente lacerato nel suo mondo interno, diviso tra due immagini genitoriali in continua lotta e contrapposizione.
La rottura del legame tra i genitori e la conflittualità tra di loro vengono vissute dal bambino con profonde angosce, timori di abbandono, confusione e disorientamento per l’assenza di punti di riferimento chiari e rassicuranti.
Questa condizione di acuta sofferenza nel minore, foriera di possibili sviluppi psicopatologici, non è specifica delle separazioni, ma si ritrova anche in condizioni di non separazione, quando le relazioni familiari sono altamente danneggiate e gli adulti non sono in grado di gestire adeguatamente la crisi coniugale. Sembra importante sottolineare come l’elemento potenzialmente patogeno non sia dunque la separazione in sè, ma il tipo e la qualità di relazione che, sempre esistita nella storia di queste coppie, si sintetizza nel suo potenziale perverso e distruttivo a separazione avvenuta (Montecchi, 1996).

Già prima della decisione della coppia di separarsi i figli si trovano per lungo tempo a fare da spettatori di accuse ed aggressioni reciproche, spesso incastrati all’interno di dinamiche affettive fatte di ricatti e richieste di alleanze e collusioni, che li spingono a prendere di volta in volta le parti di uno dei due genitori sentendo di tradire l’altro.
Il bambino di fronte ad una rottura così drammatica del legame tra i suoi genitori può provare senso di colpa, angosce di abbandono e vissuti di impotenza.

La conflittualità che molto spesso accompagna le separazioni coniugali impedisce ai genitori di cogliere e rispondere adeguatamente ai bisogni affettivi dei propri figli, ignorandoli o distorcendoli in funzione delle proprie personali esigenze.
Uno degli scenari che si può presentare in situazioni di alta conflittualità è rappresentato dal tentativo da parte dei genitori di manipolare, in maniera più o meno consapevole, i figli allo scopo di ottenere il loro affidamento o comunque di instaurare con loro un rapporto esclusivo, fino ad arrivare ad impedire all’ex coniuge di esercitare la propria funzione genitoriale. Questa dinamica familiare viene da alcuni autori inquadrata, nei suoi casi estremi, sotto il termine di Sindrome d Alienazione Parentale (Gulotta, 1998), con tutti i pro ed i contro che un’etichetta diagnostica viene ad assumere. Se essa ci permette di inquadrare un fenomeno, portando alla nostra attenzione una delle possibili dinamiche messe in atto nelle separazioni altamente problematiche, essa rischia allo stesso tempo di essere applicata in modo forzato ed indiscriminato, prestandosi essa stessa a manipolazioni.

Alcuni autori preferiscono parlare di “Mobbing Genitoriale” (Giordano 2004) per indicare un quadro fatto di continue e sottili pressioni psicologiche sul minore da parte di uno dei due genitori, che arriva ad ostacolare e compromettere il rapporto con l’altro genitore.

E che dire di quelle “alienazioni silenti”? In cui uno dei due genitori scompare, defilandosi progressivamente dalla vita del figlio? Questi casi possono non arrivare in Tribunale, dato che il conflitto non viene apparentemente agito tra i coniugi ma l’assenza di un genitore non potrà che condizionare pesantemente anche in questo caso la crescita di un figlio.
E’ importante sottolineare come in questi bambini venga distrutta l’immagine di un genitore, quello screditato, ma anche l’immagine del genitore scelto ne risulta immancabilmente danneggiata.

Sempre nell’ottica della complessità, è importante evidenziare come non siano solo i coniugi ad agire il conflitto, ma in esso sembrano assumere una parte attiva e determinante le diverse figure istituzionali coinvolte nel momento in cui il processo di separazione prende il suo corso.
Come osservano Segura et all (2006) il sistema legale può determinare una vera e propria “sindrome giuridica familiare”, in cui avvocati, giudici, periti, assistenti sociali, insegnanti e altri professionisti coinvolti assumono una responsabilità sul consolidamento di una condizione di alienazione genitoriale.

Il Testamento Biologico

da “LA NAZIONE” del 30 Ottobre 2018

Il meeting dei Lions a Villa Viviani per parlare di testamento biologico.

Una serata conviviale per confrontarsi e parlare di un tema attuale come il testamento biologico. Si terrà stasera a Villa Viviani, sulle Colline di Settignano (Firenze) il meeting organizzato dai Lions Club Firenze “Cosimo Dè Medici”, “Poggio Imperiale” e “Palazzo Vecchio”. Una serata a scopo benefico il cui ricavato sarà devoluto all’Associazione Toscana Tumori.
Il meeting vedrà gli interventi di Salvatore Palazzo, magistrato, e del medico legale Lucia Astore. Prenderanno la parola anche Teresita Mazzei presidente dell’Ordine dei Medici e Odontoiatri di Firenze e Caterina Perra e padre Maria Scalici in rappresentanza dell’Associazione Medici Cattolici.
Un momento di confronto a seguito dell’entrata in vigore in Italia, lo scorso 31 gennaio, della legge sul biotestamento. La legge, in particolare, introduce le Dat (Disposizioni anticipate di trattamento): documenti legali che permettono al cittadino di specificare in anticipo i trattamenti sanitari da intraprendere in caso di una propria impossibilità a comunicare direttamente a causa di malattia o incapacità.

La Cassazione chiarisce quando il mobbing ha rilevanza penale

di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 9 novembre 2015
Con la sentenza della sezione VI, 23 giugno 2015- 7 ottobre 2015 n. 40320, la Cassazione
affronta la delicata questione della rilevanza penale del mobbing in una particolare fattispecie
concernente i rapporti tra medici che operavano nella stessa unità operativa. Il comportamento
vessatorio e discriminatorio – Il mobbing, come è noto, consiste in un comportamento vessatorio
e discriminatorio, preordinato a mortificare e a isolare il dipendente nell’ambiente di lavoro.
La questione qui affrontata dalla Cassazione riguarda l’eventuale rilevanza penale di tale
comportamento a titolo di maltrattamenti in famiglia (articolo 572 del Cp): se cioè tale reato
possa essere configurato dopo le modifiche ampliative della norma operate dalla legge 1°
ottobre 2012 n. 172, di ratifica della convenzione di Lanzarote del 25 ottobre 2007, con la quale,
in particolare, come risulta palese dalla modifica della rubrica, il reato di maltrattamenti è stato
esteso anche ai fatti commessi in danno dei “conviventi”.
Per il giudice di legittimità il reato di maltrattamenti può essere ravvisato solo a determinate
condizioni: è necessario che le pratiche persecutorie e maltrattanti del datore di lavoro in danno
del dipendente, ovvero, in ambito di rapporti professionali, del superiore nei confronti del
sottoposto, è indispensabile che il rapporto interpersonale sia caratterizzato dal tratto della
“para-familiarità”, che si caratterizza per la sottoposizione di una persona all’autorità di un’altra
in un contesto di prossimità permanente, di abitudini di vita (anche lavorativa) proprie e comuni
alle comunità familiari, non ultimo per l’affidamento, la fiducia e le aspettative del sottoposto rispetto all’azione di chi ha ed esercita su di lui l’autorità con modalità tipiche del rapporto
familiare, caratterizzate da ampia discrezionalità ed informalità.
Nel caso di rapporti di lavoro tra professionisti – Tale situazione, ha osservato la Corte, ben può
configurarsi anche nel caso di rapporti di lavoro tra professionisti di elevata qualificazione:
conseguentemente, è stata annullata con rinvio la sentenza di non luogo a procedere per il
reato di cui all’articolo 572 del Cp, contestato al direttore di una unità operativa di
cardiochirurgia ospedaliera cui era stato addebitato di avere posto in essere iniziative
discriminatorie tendenti al demansionamento di fatto di un proprio sottoposto, dirigente medico,
il quale, nel tempo, era stato destinato a un’attività di consulenza in una struttura diversa e
meno importante delle precedenti, era stato escluso dalla funzione di primo chirurgo reperibile a
vantaggio di colleghi con minore anzianità di servizio e, soprattutto, si era visto esautorare
dall’attività di primo chirurgo, con conseguente compromissione del mantenimento delle proprie
capacità operatorie, dipendenti anche dalla statistica – numero e qualità- degli interventi svolti.
Il mobbing lavorativo ha particolari caratteristiche – L’affermazione della Cassazione autorizza
allora la conclusione che, per converso, il reato di maltrattamenti non sarebbe configurabile,
anche in presenza di un chiaro fenomeno di mobbing lavorativo, laddove non siano riconoscibili quelle particolari caratteristiche: ad esempio, se la vicenda si sia verificata nell’ambito di un
realtà aziendale sufficientemente articolata e complessa, in cui non è ravvisabile quella stretta e
intensa relazione diretta tra datore di lavoro e dipendente, che determina una comunanza di vita
assimilabile a quella del consorzio familiare.
Gli orientamenti precedenti – In linea con questa precisazione, in precedenza, la Cassazione ha
così escluso il reato, in una fattispecie in cui le condotte incriminate erano state tenute
all’interno di un’azienda di grandi dimensioni, caratterizzata dalla presenza di numerosi
dipendenti: ergo, in un contesto in cui era non ipotizzabile il suddetto rapporto “para-familiare”
(sezione VI, 5 marzo 2014, B. e altro).
In termini, ancora, sezione VI, 28 marzo 2013, parte civile in prc. S. e altro; nonché, sezione VI,
6 febbraio 2009, Proc. gen. App. Torino in proc. P. e altro, la quale ha così rigettato il ricorso del
procuratore generale avverso la sentenza che aveva mandato assolto dal reato di
maltrattamenti il direttore generale di una società, che si assumeva avere sottoposto una
dipendente a sistematici comportamenti ostili, umilianti, ridicolizzanti e lesivi della dignità
personale, tanto da averle procuratore lesioni gravi e gravissime, soprattutto a livello psichico: al
riguardo, ha motivato il giudice di legittimità, pur se il comportamento contestato poteva
inquadrarsi nella surrichiamata nozione di mobbing, non poteva tuttavia ravvisarsi il reato di
maltrattamenti, astrattamente estensibile pure ai descritti rapporti “para-familiari”, giacché un
rapporto di tal genere non era ravvisabile nella vicenda in esame, considerato che la
dipendente vittima della condotta incriminata era inserita in una “realtà aziendale complessa”
(centinaia di dipendenti), la cui articolata organizzazione (caratterizzata dalla presenza di
“quadri intermedi”) non implicava una stretta e intensa relazione diretta tra datore di lavoro e
dipendente, sì da determinare una comunanza di vita assimilabile a quella caratterizzante il
consorzio familiare, ma anzi finiva con il marginalizzare inevitabilmente i rapporti intersoggettivi.

Suprema Corte di Cassazione I Sezione Civile Sentenza 29 aprile – 19 giugno 2014, n. 13983 Presidente Luccioli – Relatore Lamorgese

La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza che di seguito si riporta, a seguito di una causa di separazione personale tra i coniugi, ha risposto alle parti riguardo ai comportamenti addebitati al marito (atti prepotenti e sprezzanti, villane espressioni indirizzate alla moglie, ecc.) che, per il Tribunale, erano del tutto assimilabili al mobbing familiare.

A tal proposito la Corte spiega che “per mobbing si intende comunemente una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili (illeciti o anche leciti se considerati singolarmente) che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità (v., tra le altre, Cass., sez. lav., n. 3785/2009; anche n. 18093/2013). La nozione di mobbing è particolarmente utile per fotografare quelle situazioni patologiche che possono sorgere in presenza di un dislivello tra gli antagonisti, dove la vittima si trova in posizione di costante inferiorità rispetto ad un’altra o ad altre persone, e ciò spiega perché è con riferimento ai rapporti di lavoro che quella nozione è stata elaborata ed ha avuto applicazione.
In ambito familiare, invece, vige il principio di uguaglianza morale e giuridica tra i coniugi (art. 3 Cost.); l’unità familiare (art. 29 Cost.), che in passato aveva consentito di giustificare l’autorità del marito, è oggi affidata all’accordo dei coniugi che, come notato da acuta dottrina, condiziona la costituzione e conservazione del rapporto matrimoniale. La ricorrente sollecita l’applicazione della nozione di mobbing anche ai rapporti familiari tra coniugi, valorizzandone la natura di comportamento contrario ai doveri che derivano del matrimonio e idoneo a rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza (art. 151 c.c.), nei casi in cui un coniuge assuma atteggiamenti persecutori nei confronti dell’altro al fine di costringerlo ad abbandonare il tetto coniugale o ad accettare separazioni consensuali a condizioni inadeguate. Si ipotizza, in sostanza, che il comportamento del coniuge mobber integri di per sé una violazione degli obblighi di assistenza morale e materiale e di collaborazione previsti dall’art. 143 c.c., ma questa conclusione non è condivisibile“.
Per i Supremi Giudici, “la nozione di mobbing in materia familiare è utile in campo sociologico, ma in ambito giuridico assume un rilievo meramente descrittivo, in quanto non scalfisce il principio che l’addebito della separazione richiede pur sempre la rigorosa prova sia del compimento da parte del coniuge di specifici atti consapevolmente contrari ai doveri del matrimonio – quelli tipici previsti dall’art. 143 c.c. e quelli posti a tutela della personalità individuale di ciascun coniuge in quanto singolo e membro della formazione sociale familiare ex artt. 2 e 29 Cost. – sia del nesso di causalità tra gli stessi atti e il determinarsi dell’intollerabilità della convivenza o del grave pregiudizio per i figli (v., tra le tante, Cass. n. 25843/2013, n. 2059/2012, n. 14840/2006). Questa impostazione, la quale esclude ogni facilitazione probatoria per il coniuge richiedente l’addebito, neppure scalfisce (ed è anzi coerente con) il principio secondo cui il rispetto della dignità e della personalità dei coniugi assurge a diritto inviolabile la cui violazione può rilevare come fatto generatore di responsabilità aquiliana (v. Cass. n. 5652/2012, n. 9801/2005) anche in mancanza di una pronuncia di addebito della separazione (v. Cass. n. 18853/2011)“.