RELAZIONE MEDICO-LEGALE E PSICHIATRICO FORENSE

Nella problematica del Mobbing i fattori di innesto sono molteplici e intervengono contemporaneamente, potenziando una gamma molto vasta di sintomi e disturbi: si passa dalla ormai nota depressione e insonnia ad altri di tipo somatico quali le gastriti, le rachialgie, le cefalee, le allergie e molti altri.
Va precisato con una certa rigidità di pensiero, nel rispetto dell’essere umano, che ogni vittima di una vessazione reiterata nel tempo, che lo intrappola nella ragnatela del Mobbing, ha una sua storia personale, che può apparire similare alle altre, ma che in realtà – vista singolarmente – è unica.
Possono intrecciarsi sintomi comuni ma fondamentalmente c’è sempre e solo una unica identità con il suo dramma personale.
La prevenzione e il nesso di causa in una condizione di stress lavorativo costituiscono i problemi attuali più importanti e contemporaneamente fondamentali per un aiuto concreto verso il sistema aziendale.
Sotto il profilo di una tutela sociale e legale
 La prevenzione è importante:
– Per chi subisce una condizione di Mobbing
o Per evitare che il disturbo diventi malattia
o Per evitare che la malattia si possa cronicizzare
– Per l’azienda di appartenenza
o Per evitare una diffusione della malattia
o Per evitare perdite di costi
 Il nesso di causa è fondamentale:
o Perché senza un accertamento ben chiaro, la diagnosi diventa difficoltosa in quanto, oltre al sintomo, essi si basa sul mezzo di prova (raccordo lavorativo)
o Perché senza una diagnosi chiara l’accertamento medico-legale lascia spazio a molte interpretazioni, non sempre adeguate all’obiettivo terapeutico e medico-legale
È necessario pertanto:
– Individuare il “mobbizzato tipo”
– Studiare gli aspetti di personalità, per evitare “mobbizzati ibridi”
– Prendere atto dell’ambiente di appartenenza e individuare coloro che vivono con lui le ore lavorative
– Innescare il concetto di “difenderlo” vuole dire anche “evitare” che cada in trappole più profonde

La vittima ha frequentemente ripercussioni di tipo esistenziale che interessano:
– La sua sfera professionale
– La sua sfera familiare
– La sua sfera relazionale

La sintesi di questi tre aspetti fa si che il sintomo diventi malattia; il perdurare delle vessazioni produce la cronicizzazione dello stato di malattia, quello che poi dal punto di vista medico-legale comporta il “danno biologico da mobbing” percentualmente valutabile.
Il rivolgersi ad un legale è un atto di delega del proprio dramma: quando la vittima va dall’Avvocato sta già cercando di attuare i suoi sforzi per uscire dal tunnel della depressione.
La vittoria di una causa non è però la vittoria della sua vita: la vittima rimane tale anche dopo il successo giudiziario, in quanto il risarcimento economico non sempre toglie la ferita narcisistica di colui che della propria dignità sul lavoro aveva fatto il proprio scopo di vita.
Nella mia casistica una forma di prevenzione è anche il tentativo di conciliazione.
Questo momento, così spesso rifiutato dal Mobber, è una svolta fondamentale nel rapporto vittima/vessatore e dovrebbe essere ben studiato e approfondito.
È un momento di interazione di due esperienze: tra chi soffre e chi agisce nell’intento di far soffrire.
Il Mobber – non presentandosi – lancia spesso un bumerang che può ledere la vittima scelta ma anche tornare indietro e ferire lui stesso.
Il principio della “frequente assenza” che si attua nei tentativi di conciliazione, trova la sua possibile spiegazione:
– In un non volersi inserire nel rapporto causa/effetto
– In una intenzionalità fine a sé stessa che fa parte della tecnica del Mobbing
Tutto ciò lascia poca trasparenza e rende scialbo ed inefficace ogni suo modo di agire, innestando il concetto della prepotenza che, divulgandosi a macchia d’olio, può intrappolarlo nelle sue stesse sabbie mobili.
La giurisprudenza recente a tale scopo sta cercando di sensibilizzarsi in ogni tipo di esperienza, compreso quella relativa allo studio attento della personalità del Mobber.
In questo modo i due attori vengono alla luce contemporaneamente, se non ad armi pari, almeno in posizioni legalmente corrette.

La violenza domestica, intesa in senso lato, e la rilevanza nella istruttoria della separazione.

Il concetto di violenza domestica trova gioco favorevole nella necessità dell’individuazione della tipologia specifica, essendo la separazione un processo di cambiamento che riguarda non solo la coppia e i figli nei loro ruoli specifici, ma anche l’ambiente nelle sue interrelazioni familiari.
In passato molto spesso chi subiva violenza anche solo morale (pressioni psicologiche, minacce) non sempre aveva ordini di protezione, quale l’allontanamento dalla casa familiare di un convivente, senza che fosse instaurato un procedimento penale o un giudizio di separazione giudiziaria.
Il timore di una ritorsione per una denuncia penale impedivano di fare ricorso alle autorità giudiziarie.
Oggi la Legge titolata “Misura contro la violenza nelle relazioni familiari” accanto agli ordini di protezione in maniera penale, prevede molte misure civili, a dimostrazione che all’aspetto repressivo si sostituisce quello collaborativo nel rispetto del concetto della genitorialità.
Il che vuol dire che non è necessario essere vittima di un reato per fare ricorso al Giudice, ma è sufficiente “una dimostrabile situazione di disagio”.
Appare chiaro l’aspetto preventivo nel contenuto della Legge. L’affidamento condiviso così rispetta e stabilisce il concetto della eguaglianza dei coniugi nella loro realtà di genitori.
Il Tribunale però mette dei paletti ben precisi a questo aspetto, identificando l’azione solo nella situazione di reale difficoltà.
Quindi è necessario concretizzare “le prove, i termini clinici, medico-legali, psicologici di questa condizione, ed in particolare l’ascolto dei minori, quest’ultimo con tutte le cautele del caso.
I problemi relazionali includono modalità di interazione tra i membri di una famiglia o di una unità relazionale simili che si associano ad una compromissione clinicamente significativa del funzionamento: l’oggetto della attenzione clinica è un grave maltrattamento da parte dell’altro partner tramite maltrattamenti fisici, abusi sessuali, abbandono di un minore.
Nella Legge 154 la definizione di violenza familiare (fisica e/o morale) comporta la necessità di un intervento in tutte quelle situazioni di grave pregiudizio fisico o morale quando una parte subisce, dalla condotta di un componente qualsiasi del suo nucleo familiare, un danno alla propria salute psichica ed alla propria libertà.
La violenza in ambito familiare rappresenta un grave problema sanitario: si va dall’abuso sui bambini (sia fisico che psichico) alla violenza in ambito domestico (abuso fisico o psichico sul coniuge o sul partner).
Oltre al danno fisico, i bambini vittime o testimoni di violenza manifestano spesso un anomalo sviluppo fisico, sociale ed emotivo, modificando in senso teratogeno il comportamento.
Sono anche violenze comuni:
– Il comportamento verbale reiterato di un partner/coniuge nel denigrare gli aspetti personologici dell’altro, deridendolo in pubblico, affiancandosi al figlio in questo processo denigrativo, senza valutare le conseguenze negative sul minore, umiliandolo, parlandone male. Consiste in un atteggiamento difforme da quelli ordinari, proprio della persona, che genera nell’altro una condizione di disagio fisico e psichico incidendo gravemente sulla vita del partner;
– La negazione di ruoli e modalità di accordi ben precisi, compromettendo le cosi dette “regole affettive”
– La persecuzione, la aggressività come reiterazione della idea fissa finalizzata, per la violenza che la caratterizza, a ledere il rapporto partner “sano/figlio”
– La impossibilità di uno dei due partner di comunicare adeguatamente, tramite l’imposizione dell’altro del silenzio, interrompendolo quando esprime una propria opinione; non accedendo ad alcuna sua richiesta di ascolto o di domanda sia dell’adulto che del minore
– L’impedimento dell’altro partner nelle relazioni sociali, tramite meccanismi di isolamento, deprivandolo di ogni forma di comunicazione, ignorandolo nel suo agire; accentuando così il conflitto familiare e relazionale
– La dequalificazione sul lavoro nel momento in cui l’attività lavorativa sia comune o presso terzi
Quello che la Corte di Cassazione ha definito come “aggressione alla sfera psichica altrui”, come bene emerge già dall’inizio negli “arbitrati”.
L’accertamento dello stato di violenza presenta però due rilevanti problemi da risolvere sia sul versante clinico sia sul più strettamente giuridico:
– Uno è costituito dalla rilevanza del dolore connesso al disagio
– L’altro, dall’eterna questione del nesso causale
La violenza deve quindi assumere l’entità di una lesione psichica/psicologica, cioè comportare l’ingiusta turbativa dell’equilibrio psichico/psicologico che sia causa di una modificazione peggiorativa della convivenza delle persone che la subiscono con alterazione, temporanea o permanente, totale o parziale, delle sue funzioni psichiche, per fatto illecito. Non dimentichiamoci che la sofferenza è danno morale, mentre la menomazione delle funzioni psichiche/psicologiche che impedisce di vivere la vita nella sua intensità, nella estensione e di svolgere il ruolo genitoriale è danno biologico.
Dr.ssa Lucia Astore