Il minore conteso nei procedimenti di separazione: effetti psicologici

Laddove la contesa tra i genitori appare insanabile, è purtroppo il bambino ad essere irrimediabilmente lacerato nel suo mondo interno, diviso tra due immagini genitoriali in continua lotta e contrapposizione.
La rottura del legame tra i genitori e la conflittualità tra di loro vengono vissute dal bambino con profonde angosce, timori di abbandono, confusione e disorientamento per l’assenza di punti di riferimento chiari e rassicuranti.
Questa condizione di acuta sofferenza nel minore, foriera di possibili sviluppi psicopatologici, non è specifica delle separazioni, ma si ritrova anche in condizioni di non separazione, quando le relazioni familiari sono altamente danneggiate e gli adulti non sono in grado di gestire adeguatamente la crisi coniugale. Sembra importante sottolineare come l’elemento potenzialmente patogeno non sia dunque la separazione in sè, ma il tipo e la qualità di relazione che, sempre esistita nella storia di queste coppie, si sintetizza nel suo potenziale perverso e distruttivo a separazione avvenuta (Montecchi, 1996).

Già prima della decisione della coppia di separarsi i figli si trovano per lungo tempo a fare da spettatori di accuse ed aggressioni reciproche, spesso incastrati all’interno di dinamiche affettive fatte di ricatti e richieste di alleanze e collusioni, che li spingono a prendere di volta in volta le parti di uno dei due genitori sentendo di tradire l’altro.
Il bambino di fronte ad una rottura così drammatica del legame tra i suoi genitori può provare senso di colpa, angosce di abbandono e vissuti di impotenza.

La conflittualità che molto spesso accompagna le separazioni coniugali impedisce ai genitori di cogliere e rispondere adeguatamente ai bisogni affettivi dei propri figli, ignorandoli o distorcendoli in funzione delle proprie personali esigenze.
Uno degli scenari che si può presentare in situazioni di alta conflittualità è rappresentato dal tentativo da parte dei genitori di manipolare, in maniera più o meno consapevole, i figli allo scopo di ottenere il loro affidamento o comunque di instaurare con loro un rapporto esclusivo, fino ad arrivare ad impedire all’ex coniuge di esercitare la propria funzione genitoriale. Questa dinamica familiare viene da alcuni autori inquadrata, nei suoi casi estremi, sotto il termine di Sindrome d Alienazione Parentale (Gulotta, 1998), con tutti i pro ed i contro che un’etichetta diagnostica viene ad assumere. Se essa ci permette di inquadrare un fenomeno, portando alla nostra attenzione una delle possibili dinamiche messe in atto nelle separazioni altamente problematiche, essa rischia allo stesso tempo di essere applicata in modo forzato ed indiscriminato, prestandosi essa stessa a manipolazioni.

Alcuni autori preferiscono parlare di “Mobbing Genitoriale” (Giordano 2004) per indicare un quadro fatto di continue e sottili pressioni psicologiche sul minore da parte di uno dei due genitori, che arriva ad ostacolare e compromettere il rapporto con l’altro genitore.

E che dire di quelle “alienazioni silenti”? In cui uno dei due genitori scompare, defilandosi progressivamente dalla vita del figlio? Questi casi possono non arrivare in Tribunale, dato che il conflitto non viene apparentemente agito tra i coniugi ma l’assenza di un genitore non potrà che condizionare pesantemente anche in questo caso la crescita di un figlio.
E’ importante sottolineare come in questi bambini venga distrutta l’immagine di un genitore, quello screditato, ma anche l’immagine del genitore scelto ne risulta immancabilmente danneggiata.

Sempre nell’ottica della complessità, è importante evidenziare come non siano solo i coniugi ad agire il conflitto, ma in esso sembrano assumere una parte attiva e determinante le diverse figure istituzionali coinvolte nel momento in cui il processo di separazione prende il suo corso.
Come osservano Segura et all (2006) il sistema legale può determinare una vera e propria “sindrome giuridica familiare”, in cui avvocati, giudici, periti, assistenti sociali, insegnanti e altri professionisti coinvolti assumono una responsabilità sul consolidamento di una condizione di alienazione genitoriale.

La violenza domestica, intesa in senso lato, e la rilevanza nella istruttoria della separazione.

Il concetto di violenza domestica trova gioco favorevole nella necessità dell’individuazione della tipologia specifica, essendo la separazione un processo di cambiamento che riguarda non solo la coppia e i figli nei loro ruoli specifici, ma anche l’ambiente nelle sue interrelazioni familiari.
In passato molto spesso chi subiva violenza anche solo morale (pressioni psicologiche, minacce) non sempre aveva ordini di protezione, quale l’allontanamento dalla casa familiare di un convivente, senza che fosse instaurato un procedimento penale o un giudizio di separazione giudiziaria.
Il timore di una ritorsione per una denuncia penale impedivano di fare ricorso alle autorità giudiziarie.
Oggi la Legge titolata “Misura contro la violenza nelle relazioni familiari” accanto agli ordini di protezione in maniera penale, prevede molte misure civili, a dimostrazione che all’aspetto repressivo si sostituisce quello collaborativo nel rispetto del concetto della genitorialità.
Il che vuol dire che non è necessario essere vittima di un reato per fare ricorso al Giudice, ma è sufficiente “una dimostrabile situazione di disagio”.
Appare chiaro l’aspetto preventivo nel contenuto della Legge. L’affidamento condiviso così rispetta e stabilisce il concetto della eguaglianza dei coniugi nella loro realtà di genitori.
Il Tribunale però mette dei paletti ben precisi a questo aspetto, identificando l’azione solo nella situazione di reale difficoltà.
Quindi è necessario concretizzare “le prove, i termini clinici, medico-legali, psicologici di questa condizione, ed in particolare l’ascolto dei minori, quest’ultimo con tutte le cautele del caso.
I problemi relazionali includono modalità di interazione tra i membri di una famiglia o di una unità relazionale simili che si associano ad una compromissione clinicamente significativa del funzionamento: l’oggetto della attenzione clinica è un grave maltrattamento da parte dell’altro partner tramite maltrattamenti fisici, abusi sessuali, abbandono di un minore.
Nella Legge 154 la definizione di violenza familiare (fisica e/o morale) comporta la necessità di un intervento in tutte quelle situazioni di grave pregiudizio fisico o morale quando una parte subisce, dalla condotta di un componente qualsiasi del suo nucleo familiare, un danno alla propria salute psichica ed alla propria libertà.
La violenza in ambito familiare rappresenta un grave problema sanitario: si va dall’abuso sui bambini (sia fisico che psichico) alla violenza in ambito domestico (abuso fisico o psichico sul coniuge o sul partner).
Oltre al danno fisico, i bambini vittime o testimoni di violenza manifestano spesso un anomalo sviluppo fisico, sociale ed emotivo, modificando in senso teratogeno il comportamento.
Sono anche violenze comuni:
– Il comportamento verbale reiterato di un partner/coniuge nel denigrare gli aspetti personologici dell’altro, deridendolo in pubblico, affiancandosi al figlio in questo processo denigrativo, senza valutare le conseguenze negative sul minore, umiliandolo, parlandone male. Consiste in un atteggiamento difforme da quelli ordinari, proprio della persona, che genera nell’altro una condizione di disagio fisico e psichico incidendo gravemente sulla vita del partner;
– La negazione di ruoli e modalità di accordi ben precisi, compromettendo le cosi dette “regole affettive”
– La persecuzione, la aggressività come reiterazione della idea fissa finalizzata, per la violenza che la caratterizza, a ledere il rapporto partner “sano/figlio”
– La impossibilità di uno dei due partner di comunicare adeguatamente, tramite l’imposizione dell’altro del silenzio, interrompendolo quando esprime una propria opinione; non accedendo ad alcuna sua richiesta di ascolto o di domanda sia dell’adulto che del minore
– L’impedimento dell’altro partner nelle relazioni sociali, tramite meccanismi di isolamento, deprivandolo di ogni forma di comunicazione, ignorandolo nel suo agire; accentuando così il conflitto familiare e relazionale
– La dequalificazione sul lavoro nel momento in cui l’attività lavorativa sia comune o presso terzi
Quello che la Corte di Cassazione ha definito come “aggressione alla sfera psichica altrui”, come bene emerge già dall’inizio negli “arbitrati”.
L’accertamento dello stato di violenza presenta però due rilevanti problemi da risolvere sia sul versante clinico sia sul più strettamente giuridico:
– Uno è costituito dalla rilevanza del dolore connesso al disagio
– L’altro, dall’eterna questione del nesso causale
La violenza deve quindi assumere l’entità di una lesione psichica/psicologica, cioè comportare l’ingiusta turbativa dell’equilibrio psichico/psicologico che sia causa di una modificazione peggiorativa della convivenza delle persone che la subiscono con alterazione, temporanea o permanente, totale o parziale, delle sue funzioni psichiche, per fatto illecito. Non dimentichiamoci che la sofferenza è danno morale, mentre la menomazione delle funzioni psichiche/psicologiche che impedisce di vivere la vita nella sua intensità, nella estensione e di svolgere il ruolo genitoriale è danno biologico.
Dr.ssa Lucia Astore