La violenza domestica, intesa in senso lato, e la rilevanza nella istruttoria della separazione.

Il concetto di violenza domestica trova gioco favorevole nella necessità dell’individuazione della tipologia specifica, essendo la separazione un processo di cambiamento che riguarda non solo la coppia e i figli nei loro ruoli specifici, ma anche l’ambiente nelle sue interrelazioni familiari.
In passato molto spesso chi subiva violenza anche solo morale (pressioni psicologiche, minacce) non sempre aveva ordini di protezione, quale l’allontanamento dalla casa familiare di un convivente, senza che fosse instaurato un procedimento penale o un giudizio di separazione giudiziaria.
Il timore di una ritorsione per una denuncia penale impedivano di fare ricorso alle autorità giudiziarie.
Oggi la Legge titolata “Misura contro la violenza nelle relazioni familiari” accanto agli ordini di protezione in maniera penale, prevede molte misure civili, a dimostrazione che all’aspetto repressivo si sostituisce quello collaborativo nel rispetto del concetto della genitorialità.
Il che vuol dire che non è necessario essere vittima di un reato per fare ricorso al Giudice, ma è sufficiente “una dimostrabile situazione di disagio”.
Appare chiaro l’aspetto preventivo nel contenuto della Legge. L’affidamento condiviso così rispetta e stabilisce il concetto della eguaglianza dei coniugi nella loro realtà di genitori.
Il Tribunale però mette dei paletti ben precisi a questo aspetto, identificando l’azione solo nella situazione di reale difficoltà.
Quindi è necessario concretizzare “le prove, i termini clinici, medico-legali, psicologici di questa condizione, ed in particolare l’ascolto dei minori, quest’ultimo con tutte le cautele del caso.
I problemi relazionali includono modalità di interazione tra i membri di una famiglia o di una unità relazionale simili che si associano ad una compromissione clinicamente significativa del funzionamento: l’oggetto della attenzione clinica è un grave maltrattamento da parte dell’altro partner tramite maltrattamenti fisici, abusi sessuali, abbandono di un minore.
Nella Legge 154 la definizione di violenza familiare (fisica e/o morale) comporta la necessità di un intervento in tutte quelle situazioni di grave pregiudizio fisico o morale quando una parte subisce, dalla condotta di un componente qualsiasi del suo nucleo familiare, un danno alla propria salute psichica ed alla propria libertà.
La violenza in ambito familiare rappresenta un grave problema sanitario: si va dall’abuso sui bambini (sia fisico che psichico) alla violenza in ambito domestico (abuso fisico o psichico sul coniuge o sul partner).
Oltre al danno fisico, i bambini vittime o testimoni di violenza manifestano spesso un anomalo sviluppo fisico, sociale ed emotivo, modificando in senso teratogeno il comportamento.
Sono anche violenze comuni:
– Il comportamento verbale reiterato di un partner/coniuge nel denigrare gli aspetti personologici dell’altro, deridendolo in pubblico, affiancandosi al figlio in questo processo denigrativo, senza valutare le conseguenze negative sul minore, umiliandolo, parlandone male. Consiste in un atteggiamento difforme da quelli ordinari, proprio della persona, che genera nell’altro una condizione di disagio fisico e psichico incidendo gravemente sulla vita del partner;
– La negazione di ruoli e modalità di accordi ben precisi, compromettendo le cosi dette “regole affettive”
– La persecuzione, la aggressività come reiterazione della idea fissa finalizzata, per la violenza che la caratterizza, a ledere il rapporto partner “sano/figlio”
– La impossibilità di uno dei due partner di comunicare adeguatamente, tramite l’imposizione dell’altro del silenzio, interrompendolo quando esprime una propria opinione; non accedendo ad alcuna sua richiesta di ascolto o di domanda sia dell’adulto che del minore
– L’impedimento dell’altro partner nelle relazioni sociali, tramite meccanismi di isolamento, deprivandolo di ogni forma di comunicazione, ignorandolo nel suo agire; accentuando così il conflitto familiare e relazionale
– La dequalificazione sul lavoro nel momento in cui l’attività lavorativa sia comune o presso terzi
Quello che la Corte di Cassazione ha definito come “aggressione alla sfera psichica altrui”, come bene emerge già dall’inizio negli “arbitrati”.
L’accertamento dello stato di violenza presenta però due rilevanti problemi da risolvere sia sul versante clinico sia sul più strettamente giuridico:
– Uno è costituito dalla rilevanza del dolore connesso al disagio
– L’altro, dall’eterna questione del nesso causale
La violenza deve quindi assumere l’entità di una lesione psichica/psicologica, cioè comportare l’ingiusta turbativa dell’equilibrio psichico/psicologico che sia causa di una modificazione peggiorativa della convivenza delle persone che la subiscono con alterazione, temporanea o permanente, totale o parziale, delle sue funzioni psichiche, per fatto illecito. Non dimentichiamoci che la sofferenza è danno morale, mentre la menomazione delle funzioni psichiche/psicologiche che impedisce di vivere la vita nella sua intensità, nella estensione e di svolgere il ruolo genitoriale è danno biologico.
Dr.ssa Lucia Astore